L'AI cancellerà 92 milioni di lavori e ne creerà 170: le competenze del futuro per restare dalla parte giusta
- Francesco Filacchioni
- 58 minuti fa
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C'è una scena che si ripete, silenziosa, in migliaia di uffici e negozi ogni giorno. Un cassiere che osserva la fila spostarsi verso le casse automatiche. Un impiegato di banca che nota lo sportello sempre più vuoto. Un addetto all'inserimento dati che riceve, per la prima volta, un software capace di fare in pochi secondi ciò che a lui richiedeva un pomeriggio. Nessuno di loro ha ricevuto una lettera di licenziamento. Eppure tutti, in qualche modo, sentono che il terreno si sta muovendo sotto i piedi.
Non è una sensazione. È un dato. Secondo il Future of Jobs Report 2025 del World Economic Forum, entro il 2030 la trasformazione del mercato del lavoro riguarderà il 22% degli impieghi, con 170 milioni di nuovi posti creati e 92 milioni cancellati, per un incremento netto di 78 milioni. Tradotto: il lavoro non finisce. Si trasforma. E chi possiede le competenze del futuro non subirà questa onda, la cavalcherà.
La domanda vera, allora, non è "il mio lavoro sparirà?". È un'altra, molto più scomoda: sto costruendo oggi le competenze che mi renderanno indispensabile domani? Perché la differenza tra chi finirà nei 92 milioni e chi nei 170 non sarà la fortuna. Sarà la preparazione.
La grande illusione: "tanto a me non succederà"
Il primo nemico non è la tecnologia. È il "tanto a me non capiterà". Pensiamo sempre che la disruption riguardi gli altri: il settore accanto, la generazione successiva, l'azienda concorrente. È un meccanismo psicologico comodo, ma costoso.
I numeri smentiscono l'ottimismo selettivo. Secondo il Future of Jobs Report 2025 del World Economic Forum — basato su un sondaggio condotto presso oltre 1.000 grandi datori di lavoro a livello globale — i ruoli in più rapido declino sono molti più di quanto si immagini, e non riguardano solo i mestieri manuali o di sportello.
La lista delle quindici professioni più a rischio comprende impiegati postali, cassieri di banca, addetti all'inserimento dati, segretarie e assistenti amministrativi, addetti alla stampa, ma anche profili che ci si illude protetti perché "da scrivania": contabili e revisori, grafici, addetti ai servizi legali, telemarketing. Tra i fattori di questo declino il report indica l'ampliamento dell'accesso digitale, l'AI e le tecnologie di elaborazione delle informazioni, oltre alla robotica. In termini percentuali, le contrazioni stimate più forti riguardano gli impiegati postali (-40%), seguiti dai cassieri di banca (-35%) e dagli addetti all'inserimento dati (-34%), perché gran parte dei loro compiti può essere svolta molto più rapidamente grazie all'AI.
Il messaggio, però, è più ampio dei singoli numeri: la linea di faglia non separa "lavori manuali" da "lavori intellettuali", ma compiti ripetitivi e prevedibili da compiti che richiedono giudizio, relazione e creatività. E i primi si trovano in ogni settore, anche nel tuo.
Il punto delicato è questo: questi ruoli non scompaiono perché qualcuno decide di eliminarli. Scompaiono perché il valore che producevano si sposta altrove. E qui arriva la notizia che cambia tutto: se il valore si sposta, vuol dire che da qualche parte sta nascendo. Ma dove?
Dove va il valore: i lavori che nascono
Mentre alcuni ruoli si spengono, altri crescono con forza. I lavori in più rapida espansione da qui alla fine del decennio includono specialisti di big data, ingegneri fintech, specialisti di AI e machine learning, sviluppatori di software e specialisti della sicurezza. Ma attenzione a non pensare che si salvi solo chi lavora con la tecnologia: il report segnala una crescita anche per ruoli molto concreti dell'economia reale, come addetti alle consegne, professionisti di cura, educatori e lavoratori agricoli.
Cosa hanno in comune un ingegnere AI e un educatore? Apparentemente nulla. In realtà condividono ciò che le macchine fanno fatica a replicare: il primo governa la tecnologia, il secondo fa qualcosa di profondamente umano che la tecnologia non sostituisce. La zona di rischio è il centro: i ruoli ripetitivi, prevedibili, automatizzabili. Gli estremi — altissima specializzazione tecnica e insostituibile relazione umana — sono i più protetti.
Ed è proprio leggendo questa mappa che emerge la vera domanda strategica: non "quale lavoro scelgo", ma "quali competenze del futuro mi spostano verso gli estremi protetti e lontano dal centro a rischio?".
Il ponte che non tutti attraversano
E qui arriva la parte che i titoli rassicuranti dimenticano di dire. Quel saldo positivo — 78 milioni di posti in più — è una verità statistica, non una verità individuale. Perché i 92 milioni che scendono e i 170 che salgono non sono le stesse persone.
Un impiegato amministrativo di cinquant'anni che perde il posto non si sveglia la mattina dopo specialista di machine learning. Tra il lavoro che si spegne e quello che nasce non c'è un ponte automatico: c'è un salto, e quel salto richiede tempo, riqualificazione, e spesso la disponibilità a ripartire da una posizione più bassa. Chi non lo affronta non "passa dall'altra parte". Resta indietro, fuori mercato, con competenze che valgono sempre meno.
Non è una drammatizzazione. Lo dice lo stesso World Economic Forum, con un'immagine netta: se la forza lavoro mondiale fosse un gruppo di 100 persone, 59 avranno bisogno di riqualificarsi entro il 2030; di queste, 11 difficilmente riceveranno la formazione necessaria, e vedranno le proprie prospettive di lavoro restringersi. Tradotto in numeri assoluti, sono oltre 120 milioni di lavoratori a rischio di esclusione nel medio termine.
Questa è la vera posta in gioco. Non "il lavoro sparirà", ma "da che parte del salto mi troverò quando toccherà a me?". E la risposta non dipende dall'età, né dal settore. Dipende da una sola cosa: aver iniziato a prepararsi prima che il terreno cedesse, o aver aspettato di scoprirlo a cose fatte. È una scelta, e si fa adesso.
L'Italia non è spettatrice: il 92% che decide tutto
Sarebbe comodo pensare che questi numeri riguardino soprattutto gli Stati Uniti o l'Asia.
Non è così. Anzi: l'Italia ha una fragilità specifica che rende la posta in gioco più alta che altrove, ed è scritta nella sua stessa struttura economica.
Il tessuto produttivo italiano è fatto per oltre il 92% di piccole e medie imprese. Sono loro l'ossatura del Paese — e sono proprio loro l'anello più esposto. Perché mentre l'intelligenza artificiale entra rapidamente nelle grandi organizzazioni, le PMI restano indietro: le aziende con 250 o più addetti hanno raggiunto il 53,1% di adozione dell'IA, mentre le PMI da 10 a 249 dipendenti si fermano al 15,7%. Il divario, lungi dal ridursi, si è allargato: da circa 20 punti percentuali nel 2023 ai 37,4 punti del 2025.
E qui sta il nodo che riguarda ogni singolo lavoratore italiano. Quando alle imprese che hanno valutato l'adozione dell'AI senza realizzarla si chiede perché, la risposta è netta: il 58,6% indica la mancanza di competenze interne come ostacolo principale. Non i costi, non la tecnologia: le competenze. Il collo di bottiglia non è la macchina. Sono le persone che non sanno ancora usarla.
Il problema parte da lontano. Nel 2025 in Italia il 54,3% delle persone tra 16 e 74 anni possiede competenze digitali almeno di base, contro un obiettivo europeo dell'80% entro il 2030. E le conseguenze economiche di questo ritardo sono già visibili: l'Istat segnala che le imprese digitalizzate vantano una produttività superiore del 12% rispetto alle non digitalizzate e una propensione all'export superiore del 67%.
Tradotto per chi lavora in una PMI — cioè la stragrande maggioranza degli italiani: la trasformazione qui non sarà guidata da grandi piani aziendali di reskilling, come accade nelle multinazionali. Sarà una responsabilità individuale. Chi aspetta che sia l'azienda a formarlo, in un tessuto fatto di micro e piccole imprese, rischia di aspettare a lungo. Eppure proprio qui c'è un punto da fissare: il ritardo del sistema, paradossalmente, è un vantaggio enorme per chi si muove per primo. In un mercato dove quasi tutti aspettano, chi costruisce oggi le competenze del futuro non compete con una folla. Compete quasi da solo.
Le competenze del futuro: la mappa che conta davvero
Qui si gioca tutta la partita. Le competenze tecnologiche cresceranno in importanza più rapidamente di qualsiasi altra nei prossimi cinque anni: AI e big data, reti e cybersecurity, alfabetizzazione tecnologica sono in cima alla lista. Ma sarebbe un errore fatale fermarsi qui e pensare che basti "imparare a programmare".
Perché accanto alle competenze tecniche, lo stesso report mette sullo stesso piano qualcosa di molto diverso. Il pensiero analitico resta la competenza più richiesta, seguito da resilienza, flessibilità e agilità, leadership e pensiero creativo. Sono le competenze che nessun algoritmo può replicare: la capacità di giudizio, di relazione, di adattamento. E più le macchine si prendono il lavoro ripetitivo, più queste competenze valgono.
Il 39% che ha già una data di scadenza
E c'è un dato che dovrebbe togliere il sonno a chi pensa di aver "finito di studiare". In media, i lavoratori possono aspettarsi che due quinti (39%) delle loro competenze attuali vengano trasformate o diventino obsolete nel periodo 2025-2030. Quasi metà di ciò che oggi sappiamo fare avrà una scadenza.
La buona notizia? Questa "instabilità delle competenze" sta rallentando rispetto agli anni scorsi. Il motivo è incoraggiante: oggi un lavoratore su due ha già seguito percorsi di formazione per aggiornarsi. Chi si forma anticipa il cambiamento invece di subirlo.
Resta però la domanda più importante: da dove si comincia, in concreto?
Dalla teoria al sistema: prepararsi davvero
A questo punto, di solito, arriva il consiglio facile: "datti da fare, studia, aggiornati". Parole vere e inutili allo stesso tempo, perché lasciano sola la persona davanti a un problema enorme. Prepararsi davvero non è un atto di volontà. È un sistema, e si costruisce in tre mosse.
La prima è una diagnosi onesta. Dove si colloca oggi il tuo ruolo: vicino al centro automatizzabile o vicino agli estremi protetti? Quali delle tue attività quotidiane potrebbero essere svolte da un software entro tre anni? È una domanda scomoda, ma chi se la pone per primo ha un vantaggio enorme su chi aspetterà di scoprirlo dal proprio capo. Pensiamo all'impiegato amministrativo che, invece di difendere le mansioni ripetitive, impara a governare gli strumenti di AI che le automatizzano: da esecutore diventa supervisore del processo. Lo stesso ruolo, posizionato dalla parte giusta della trasformazione.
La seconda è costruire un portafoglio di competenze, non una singola scommessa. Una componente tecnologica — almeno l'alfabetizzazione AI, oggi indispensabile in quasi ogni settore. Una componente umana — relazione, giudizio, creatività, capacità di guidare gli altri. È una componente di apprendimento continuo, l'abitudine strutturata a rinnovarsi prima che sia necessario.
La terza è la più sottovalutata: trasformare la preparazione individuale in un vantaggio collettivo. Le persone e le organizzazioni che prosperano nelle transizioni non sono quelle che corrono più veloci da sole, ma quelle che costruiscono attorno a sé una rete che condivide conoscenza, opportunità e visione. È qui che la differenza tra "sopravvivere" e "guidare" diventa enorme.
Il momento giusto è adesso (e non è un modo di dire)
C'è una verità scomoda nelle grandi transizioni: sembrano lente finché non diventano improvvise. Per anni nessuno nota il cambiamento, poi all'improvviso sembra che tutto sia successo in un trimestre. Chi si è preparato prima si trova nella posizione di scegliere. Chi si prepara dopo si trova a rincorrere.
I 78 milioni di posti netti in più non sono una promessa distribuita equamente. Sono un'opportunità che premia chi avrà costruito le competenze del futuro mentre gli altri aspettavano di capire se ne valeva la pena. La trasformazione non chiede il permesso. Chiede solo se sei pronto.
Questo articolo è il primo di un percorso: nei prossimi affronteremo da vicino il nodo italiano delle PMI e la sfida — più psicologica che tecnica — di chi deve davvero rimettersi in gioco. Perché la cosa più importante è che questa transizione non la devi affrontare da solo, né alla cieca. Una mappa fa la differenza tra vagare e navigare.
Hai trovato utile questa visione?
Se questo articolo ti ha dato una prospettiva nuova su dove sta andando il lavoro — e su come posizionarti dal lato giusto della trasformazione — significa che ragioniamo sulla stessa lunghezza d'onda: quella di chi vuole anticipare il cambiamento, non subirlo.
Se vuoi tradurre tutto questo in una strategia concreta, per te o per la tua organizzazione, contattami. Partiamo da una visione dall'alto delle opzioni che hai davanti, e costruiamo insieme il percorso che ti porta tra i 170 milioni, non tra i 92.
Il futuro del lavoro non si prevede. Si prepara.






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