PMI italiane e intelligenza artificiale: sei su sette non la usano. Per questo conviene essere la settima.
- Francesco Filacchioni
- 3 lug
- Tempo di lettura: 8 min

Il pastificio di Giovanni va a gonfie vele. Trent'anni di mestiere, un prodotto che i clienti continuano a cercare, ordini che non mancano mai. Giovanni dorme tranquillo: finché c'è domanda per quello che produce, pensa, la sua azienda è al sicuro. È proprio questo ragionamento, comprensibile, umano, diffuso, a renderlo vulnerabile. Perché la domanda, in effetti, non sparirà. A poter cambiare è chi la soddisfa. E sempre più spesso, in Italia, chi la soddisfa alla fine non è più l'imprenditore che ha costruito l'azienda.
Nel mio articolo precedente ho raccontato lo scenario globale: l'intelligenza artificiale cancellerà milioni di posti di lavoro e ne creerà altrettanti, ridisegnando le competenze di chiunque lavori. Quel quadro vale per il mondo intero. Ma quando si scende dentro il tessuto produttivo italiano, una cosa diventa evidente: il nodo non è nelle grandi multinazionali, che hanno budget, consulenti e reparti dedicati. Il nodo è costituito dalle piccole e medie imprese italiane. Il tema delle PMI italiane e intelligenza artificiale non è una moda da seguire: è la linea che separerà chi resterà padrone di casa propria da chi sarà costretto a cedere le chiavi.
Vorrei spiegare perché, con i numeri alla mano e senza giri di parole.
Il paradosso italiano: l'AI corre, ma le PMI restano a guardare
Partiamo dai dati. Secondo l'indagine ISTAT su Imprese e ICT pubblicata a dicembre 2025, nel corso dell'anno l'adozione dell'intelligenza artificiale tra le imprese italiane con almeno 10 addetti è raddoppiata, passando dall'8,2% al 16,4%. A prima vista sembra una buona notizia. E in parte lo è.
Ma sotto quel numero si nasconde una frattura. Se guardiamo alle piccole e medie imprese, l'adozione si ferma al 15,7%, mentre le grandi aziende hanno raggiunto il 53,1%. Il divario è arrivato a 37,4 punti percentuali: nel 2023 era di circa 20. Tradotto: la distanza non si sta riducendo, si sta allargando.
Per capire la portata del fenomeno, bisogna ricordare che cosa sono le PMI in Italia. Non sono una parte del sistema produttivo: sono il sistema produttivo. Oltre il 96% delle imprese italiane è una PMI. Quando diciamo che la maggioranza non usa ancora l'AI, stiamo dicendo che la spina dorsale dell'economia nazionale rischia di arrivare impreparata a una trasformazione che ha già una data sul calendario.
Perché la formazione non arriva dall'alto
Qui arriva il punto che mi sta più a cuore. Quando l'ISTAT ha chiesto alle imprese cosa le frenasse dall'adottare l'intelligenza artificiale, la risposta più frequente non è stata il costo. È stata la mancanza di competenze: l'indica il 58,6% delle aziende. Non mancano i soldi. Mancano le persone capaci di usare questi strumenti.
Nelle piccole imprese la formazione non arriva dall'alto. Non c'è un reparto risorse umane che progetta percorsi di aggiornamento, non c'è un budget dedicato, non c'è qualcuno il cui mestiere sia capire dove sta andando la tecnologia. C'è il titolare, che fa dieci cose contemporaneamente, soffocato dalla quotidianità. La formazione, in questo contesto, o la decide e la promuove chi guida l'azienda, oppure semplicemente non avviene.
È esattamente la dinamica che osservo da anni sul campo: la tecnologia diventa accessibile, i costi di ingresso crollano, gli strumenti si semplificano. Ma la competenza per usarli bene non si scarica come un'app. Richiede tempo, metodo e una decisione consapevole di chi sta in cima.
E c'è un ostacolo ancora più profondo, che nessuna tecnologia può rimuovere: la resistenza al cambiamento. È il freno più sottovalutato e, nella mia esperienza, il più potente. Non è una questione di software o di budget, ma di mentalità, di abitudini consolidate in anni di "abbiamo sempre fatto così". Le PMI italiane hanno fatto della creatività e della flessibilità la loro forza, ma quella stessa flessibilità, se non viene incanalata in processi più strutturati, rischia di trasformarsi in un limite. Per questo il vero cambiamento non parte dallo strumento, ma dalla testa di chi guida l'azienda: se l'imprenditore per primo non è convinto, nessun corso e nessun software cambieranno qualcosa.
Attenzione al falso movimento: usare ChatGPT non è "fare AI"
C'è un equivoco che rischia di costare caro e va sciolto subito. Esistono due modi molto diversi di portare l'intelligenza artificiale in azienda, e confonderli è la trappola più pericolosa.
Il primo è l'AI generativa: gli strumenti che scrivono testi, generano immagini, abbozzano un preventivo o rispondono ai clienti. Aiutano la singola persona a lavorare più in fretta. Sono utili, accessibili, ed è da qui che quasi tutti partono. Ma l'azienda continua a funzionare esattamente come prima: solo un po' più veloce.
Il secondo è l'AI operativa: quella che entra dentro i processi e cambia il modo in cui l'impresa lavora. Pensiamo a una macchina che segnala da sola quando sta per guastarsi, prima che la produzione si fermi. A un magazzino che si riordina in base a come venderai davvero nelle prossime settimane, non in base allo storico. A un'azienda che capisce in anticipo quali clienti stanno per andarsene e interviene prima di perderli. Non è più la singola persona a lavorare meglio: è l'impresa intera a funzionare in modo diverso e più efficiente.
Il rischio più insidioso non è restare fermi, ma muoversi credendo di essere già arrivati. È quello che nel settore chiamano, non a caso, il "purgatorio dei progetti pilota": l'azienda fa la demo entusiasmante, prova lo strumento generativo, si convince di aver abbracciato l'innovazione e lì si ferma. L'imprenditore che usa ChatGPT per le email ha la coscienza a posto, ma non ha spostato i suoi margini di un centimetro. È un falso senso di sicurezza.
Perché il concorrente che un giorno potrebbe comprarlo non lo batte sull'uso di ChatGPT: lo batte perché ha messo l'AI nei processi, e da lì produce a costi più bassi. La generativa ti fa sentire al sicuro. L'operativa è quella che, alla fine, decide chi compra chi.
Il rischio vero non è chiudere. È essere comprati.
Torniamo a Giovanni e al suo pastificio. Il pericolo per lui non è chiudere i battenti perché nessuno vuole più il suo prodotto. È un altro, più sottile: perdere il controllo della propria azienda.
Funziona così. Un concorrente, spesso estero, spesso un fondo, che gestisce con più efficienza produce a costi più bassi e cresce più in fretta. Quell'efficienza, oggi, passa sempre di più dalla capacità di sfruttare i dati e l'intelligenza artificiale nei processi. Con i margini accumulati, quel concorrente fa shopping: acquisisce le piccole eccellenze italiane che hanno il prodotto e il marchio, ma non la struttura per scalare. Il risultato? Lo stesso prodotto continua magari a uscire dalla stessa fabbrica, ma la proprietà è cambiata. L'imprenditore non ha perso il mercato: ha perso l'azienda.
E non è uno scenario teorico. Nel 2024, secondo KPMG, l'86% delle operazioni di acquisizione sul mercato italiano ha avuto come controparte un soggetto straniero. I fondi internazionali descrivono apertamente l'Italia come una terra piena di "piccoli campioni nascosti": aziende eccellenti nelle loro nicchie, ma sottocapitalizzate e quindi acquistabili a buon prezzo. Quel divario di efficienza che si allarga da 20 a 37 punti è esattamente la precondizione di un'ondata di consolidamento: i forti diventano più forti, i piccoli diventano prede convenienti.
Voglio però essere intellettualmente onesto, perché qui si annida un equivoco. Essere acquistati non è di per sé una sconfitta. A volte è la migliore uscita possibile, soprattutto in un Paese dove il passaggio generazionale è un problema reale. Il punto non è se verrai acquisito, ma da quale posizione. Chi arriva al tavolo come eccellenza efficiente tratta da pari e vende caro, magari restando alla guida. Chi ci arriva come azienda in affanno, con un prodotto buono, una gestione vecchia, viene comprato a sconto e perde ogni potere negoziale.
L'intelligenza artificiale, in questa storia, non decide la tua sopravvivenza. Decide il tuo prezzo e la tua dignità contrattuale.
Perché chi si muove per primo ha un vantaggio reale
C'è anche un modo positivo di leggere gli stessi numeri e per un imprenditore è il più importante. Se sei PMI su sette non hanno ancora l'AI nei loro processi, allora chi parte adesso non è in ritardo rispetto alla media. È in vantaggio.
Oggi, in Italia, siamo ancora nella prima fase: l'AI è uno strumento di pochi e proprio per questo dà un vantaggio a chi la usa. Ma quel vantaggio ha una scadenza. Se in un solo anno chi usa l'AI passa dall'8% al 16%, e questo ritmo prosegue, bastano pochi anni perché l'intelligenza artificiale smetta di essere il vantaggio di pochi e diventi lo standard di tutti. È un movimento che accelera da solo: più aziende la adottano, più le altre sono costrette a seguirla per non restare indietro. Quando si arriva a quel punto, usare l'AI non ti distingue più: è semplicemente il minimo per stare sul mercato. Ecco perché la finestra si chiude in fretta. E il vantaggio, finché è aperta, non andrà a chi avrà comprato la tecnologia più costosa, ma a chi avrà adottato con metodo: casi d'uso chiari, dati in ordine e, soprattutto, persone formate.
Cosa significa "muoversi con metodo", in concreto
Sto dicendo di procedere con metodo. L'opposto di improvvisare. La dinamica più comune che osservo è partire dallo strumento "compriamo questo software perché lo fanno tutti" e poi cercargli un impiego. Il percorso corretto è inverso: prima il processo, poi la tecnologia.
La domanda giusta non è "dove possiamo usare l'AI? Ma è : "Quale processo ci costa più tempo, ci genera più errori o frena la nostra crescita?". Solo dopo ha senso valutare se l'intelligenza artificiale sia la soluzione più efficace. E prima di automatizzare qualunque cosa, serve misurare: quanto tempo richiede oggi quel processo, quanti errori produce, quale impatto ha sul margine. Senza una fotografia di partenza è impossibile capire se l'investimento ha portato un ritorno.
Da qui il passo concreto è uno solo: scegliere un singolo processo misurabile, verificare la qualità dei dati disponibili e formare chi userà gli strumenti. Un progetto pilota circoscritto, di poche settimane, basta per produrre numeri reali su cui decidere se proseguire. Niente rivoluzioni. Un passo alla volta, ma fatto bene e soprattutto portato fino in fondo, fuori dal purgatorio della demo.
La competenza prima della tecnologia
Se devo riassumere tutto in una frase, è questa: per una PMI italiana, oggi, il vero investimento non è in software. È in competenza.
La tecnologia generativa è già accessibile a tutti: basta una connessione internet e un abbonamento mensile, senza server o sistemi complessi come un tempo. Ma è proprio questa facilità ad essere ingannevole. Il salto che conta, quello verso l'AI operativa, non si attiva con un abbonamento: richiede integrare gli strumenti nei processi, avere dati puliti e persone che sappiano guidare il cambiamento. Quello che manca alle PMI non è la capacità di usare ChatGPT. È la competenza per riconoscere che serve andare oltre per gestire quel passaggio. Ed è esattamente il punto su cui un'impresa può ancora fare la differenza, perché è il punto su cui quasi nessuno si è mosso.
Un'impresa non passa dalle elementari all'università dalla sera alla mattina. Prima deve costruire le condizioni, culturali e organizzative, per usare bene questi strumenti. E quelle condizioni si costruiscono in un solo modo: formando le persone.
Torniamo un'ultima volta a Giovanni. Davanti a lui ci sono due strade. Restare al livello generativo, usare l'AI per qualche email e sentirsi a posto, mentre il divario di efficienza con i concorrenti si allarga in silenzio, fino al giorno in cui qualcuno busserà alla porta con un'offerta, e lui non avrà la forza per trattare. Oppure salire al livello operativo, mettere l'intelligenza artificiale dentro i processi, costruire le competenze e arrivare a quel tavolo, se mai ci arriverà, da pari, da eccellenza che decide il proprio prezzo. I numeri dicono che la maggioranza sta ancora rimandando la scelta. Ed è proprio per questo che chi decide adesso ha, in questo momento, l'occasione migliore.
Se ti sei riconosciuto in questo scenario e vuoi capire da quale posizione arriverai al tuo prossimo bivio, scrivimi: ne parliamo insieme.
Questo articolo fa parte di una collana dedicata all'intelligenza artificiale e alle PMI. Se vuoi leggere il primo articolo, clicca al seguente link:






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